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In cerca di senso. Intervista a Milena Vukotic

12 febbraio 2024

di Angela Consagra

Cos’è che l’ha intrigata, in particolare, di questo testo di Pirandello e l’ha convinta a interpretarlo? 

In passato avevo già interpretato Così è (se vi pare) - un titolo scritto proprio così, come voleva l’autore stesso, tra due parentesi - ed è una delle opere più importanti di Luigi Pirandello: tanto tempo fa ero in scena con la Compagnia Morelli-Stoppa e il mio ruolo era quello di Dina, la ragazza, mentre adesso mi ritrovo a dare vita al personaggio della Signora Frola e si tratta, per me, di un passaggio molto importante. Questo lavoro è talmente impegnativo, da diversi punti di vista, tanto che diventa difficile da definire: non ci si stanca mai di studiare le parole di Pirandello, si cerca costantemente di sondare il suo pensiero, per cercare di capirne il senso e la verità. Un testo che non ha tempo, perché appartiene a tutti, e che contemporaneamente risulta sempre attuale.

 

 

“Rispecchiarsi, dalla scena, con gli spettatori che stanno davanti a te è una prova di affetto di cui si ha veramente bisogno, un modo di comunicare gli uni con gli altri”

Milena Vukotic

 

 

In che modo questo autore può parlare ancora al pubblico di oggi, alle diverse generazioni e anche ai tanti ragazzi che seguiranno lo spettacolo? 

Pirandello, soprattutto in questo lavoro, è andato a scavare nella profondità dell’animo umano. E questo è un aspetto che tocca la realtà attuale: oggi sempre di più si cerca di capire meglio, anche in un modo più scientifico, chi siamo davvero, l’essenza del nostro essere, ed ecco perché credo che Così è (se vi pare) sia un testo capace di arrivare a tutti, a vari livelli. Ogni sera, io ho l’impressione di comprendere qualcosa in più: sicuramente il tentativo è comunque di cercare un senso in un mondo che è così poco definito.

“Mi considero privilegiata ad avere l’opportunità di fare questo lavoro e continuare ancora a giocarci, trovando un piacere vero nel costruire costantemente delle nuove maschere”

Milena Vukotic

 

 

È cambiato il modo di affrontare sul palcoscenico il messaggio di Pirandello nel corso del tempo?

Sì, assolutamente. Prima di tutto, gli anni a qualcosa servono, principalmente a maturare in un modo diverso quello che ci capita di vivere quotidianamente. Certamente sono cambiate le forme più esteriori dell’esistenza, ma l’essere umano è sempre lo stesso. E noi attrici e attori, che abbiamo scelto di interpretare questo meraviglioso gioco della vita in scena, tentiamo di raccontare questa profondità. Mi considero privilegiata ad avere l’opportunità di fare questo lavoro e continuare ancora a giocarci, trovando un piacere vero nel costruire costantemente delle nuove maschere. Il teatro è un gioco, quello di fare finta di essere, come accade ai bambini. Agire sul palcoscenico significa vivere una favola meravigliosa, che abbiamo la possibilità di sperimentare utilizzando tutti quegli strumenti che ci portiamo dietro dal nostro vissuto.

 

 

“Il teatro è un gioco, quello di fare finta di essere, come accade ai bambini”

Milena Vukotic

La vostra messinscena riflette la visione “del cannocchiale rovesciato” pirandelliano…

Il regista Geppy Gleijeses, prima di iniziare le prove, ci ha parlato di questo studio su Pirandello realizzato da Giovanni Macchia, con la sua tesi “del cannocchiale rovesciato”: si analizzano allora le vicende, ma prendendone distanza, con una visione più allontanata. In scena, dopo gli ologrammi che prendono un po’ di spazio all’inizio dello spettacolo, arrivano i personaggi che diventano reali. Noi, però, ci muoviamo in mezzo a tanti specchi che ci riflettono: è un gioco di silhouette, figure appaiono e scompaiono, i movimenti contribuiscono a comporre una sorta di danza. Tutto può portare, assecondando chi ne sente la necessità, a sognare e immaginare altri eventi, ulteriori supposizioni. Insieme a Pino Micol, Gianluca Ferrato e la Compagnia nel suo insieme viviamo una grandissima armonia e credo che la nostra intesa si rifletta sul palcoscenico. Tutto il gruppo è caratterizzato da una rara bontà, nel senso che ci troviamo molto bene tra di noi, forse anche per merito del regista Geppy che ci coinvolge sempre e con molto entusiasmo in questa avventura magnifica.

 

Dopo tante e tante repliche, come si affronta quotidianamente questo mestiere? 

L’emozione è costante. L’esperienza un po’ aiuta, ma durante un’interpretazione bisogna cercare di non farla penetrare troppo, proprio per non perdere quel sentimento legato alla freschezza dell’istante dell’incontro con il pubblico. Rispecchiarsi, dalla scena, con gli spettatori che stanno davanti a te è una prova di affetto di cui si ha veramente bisogno, un modo di comunicare gli uni con gli altri. Quando ci viene detto che siamo riusciti a emozionare o abbiamo regalato un momento di grande allegria, è un fatto prezioso: vuol dire che si arriva a comunicare nel profondo ed è uno scambio di cui tutti abbiamo bisogno, sia il pubblico che noi attori.